GRAPHIC MEANS… NOSTALGIA!

#4show

In questi giorni, i tempi solitamente dedicati agli spostamenti fra la casa e l’ufficio possono essere impiegati in modi più appaganti, magari andando a recuperare piccoli capolavori come GRAPHIC MEANS, il documentario di cui vi parliamo oggi e che entra di diritto nella nostra serie di post dedicati alla Graphic Nostalgia.
Realizzato grazie a un crowdfunding, questo bellissimo lavoro velerà gli occhi dei più anagraficamente dotati con lacrime di nostalgia, o forse di memorie fisiologiche degli effetti di Spray Mount e Cow Gum, e aiuterà i più giovani e magari anche gli studenti a capire come mai i “senior” insistono tanto sull’importanza della progettualità, prima ancora che la mano si azzardi a sfiorare il mouse.
Quando ancora non esisteva il ctrl-z, e addirittura anche Aldus pagemaker era di là da venire, un cambiamento di rotta significava una nuova patinata, un nuovo set di trasferibili, fogli di lucido da staccare dagli Schoeller per poi riscriverli…
Se pensate che tutto questo faccia parte di un corpus di leggende tramandate da anziani grafici riuniti intorno ai camini con le loro pipe nelle lunghe veglie notturne, per spaventare i piccoli social media manager o gli aspiranti influencer, il pregio di GRAPHIC MEANS è mostrare immagini provenienti proprio dalla preistoria del design.
E no, cari i miei complottisti, non sono immagini finte girate da Stanley Kubrick come siete soliti pensare dello sbarco sulla luna: queste sono storie di vita vissuta, e il fatto che ripropongano scene statunitensi è puramente accidentale.
Scommettiamo che ci saranno decine di sopravvissuti al Letrasetocene pronti a testimoniare che scene come quelle descritte nel documentario non erano solo un film: eleganti signorine sedute alla fotocomposizione, baldi giovani che armeggiavano con le reprocamere (parleremo anche di queste prossimamente), bisturi da sala operatoria impegnati a sgarzare errori di stampa, rapidograf agitati come gli shaker di Tom Cruise in Cocktail.
Un brivido di nostalgia verrà anche guardando i poderosi cataloghi delle attrezzature disponibili, che avevano bisogno anche di spazio per essere archiviate: righe, squadre, curvilinee, intere legioni di penne e pennarelli di vari spessori e di vari colori, compresi quelli che servivano quindi come guide per impostare il lavoro ma che non venivano letti dalle fotocopiatrici.
Molto interessante anche la spiegazione precisa di come venivano realizzati gli escutivi, con immagini originali allegate ai fogli di posizionamento che ne mostravano l’ingrandimento da realizzare, e i fogli di acetato con altre indicazioni dei trattamenti da realizzare nella fase di realizzazione della fotolito.
Tutte queste memorabilia hanno iniziato a impolverarsi con l’avvento della tecnologia digitale, che proprio nel campo della grafica ha avuto uno dei primi, grandi campi di diffusione. Per la prima volta, iniziava a realizzarsi il desiderio di ogni grafico: vedere subito la pagina così come sarebbe apparsa al pubblico.
In ogni frame del documentario GRAPHIC MEANS si respira la passione per il mondo della comunicazione visuale, primo amore della regista Briar Levit, che nelle note di presentazione confessa di essere una collezionista di manuali di Graphic Design Production degli anni sessanta, settanta e ottanta.
Il suo lavoro, ricco di materiale di repertorio accuratamente ricercato, di interviste ai protagonisti di lavori ormai perduti, di riflessioni interessanti sul ruolo della progettualità anche in tempi di completa digitalizzazione dovrebbe essere mostrato in ogni scuola di grafico.
Per avere maggiori informazioni su questo progetto, potete visitare il sito visitare il sito  o se volete vedere tutto il documentario, potete acquistare uno streaming o i diritti di download su Vimeo.

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