A OGNUNO IL SUO PATTERN.

#4show

Nell’edizione 2020 della Wenzag International Pattern Design Competition, la giuria ha assegnato un premio agli italiani di Massoneria Creativa, una “loggia” nata in Italia nel 2014, composta da artisti e grafici per cui “creativo” non è soltanto un aggettivo, ma la chiave di volta della propria personalità. Alla manifestazione cinese hanno presentato il loro progetto intitolato “Fresh’n Fruit”, curato da Salvatore Guadagno, Lara Sirtori, VeronicaSartori, Sergio Baselice, Marco Galli, Alessandra Perrotta e Aida Russo e coordinato da Marco Natoli.

Una bella notizia per il design italiano, che ci dà l’occasione per approfondire il concetto di pattern, un termine che per la storia della grafica ha sempre avuto una grande importanza. Il suo semplice significato italiano di schema o modello aiuta a comprendere che stiamo parlando di una modalità di ripetizione di moduli identici fra loro, secondo schemi e variazioni prestabiliti. Esistenti già in natura, per esempio in un prato autunnale ricoperto di foglie cadute o nelle macchie di un leopardo, i pattern sono diventati un modello per molti tipi di arte, dalla musica con le ripetizioni del minimalismo alla John Cage o Steve Reich, fino alle arti decorative e alla grafica.

Erano pattern i motivi decorativi presenti nelle pitture vascolari dell’antica Grecia, così come le ripetizioni grafiche nelle grafiche aniconiche dell’arte islamica o le stampe con cui da sempre sono decorate le stoffe per l’abbigliamento: le decorazioni per i tessuti realizzate da maestri come William Morris, pioniere del Textile Design, di Owen Jones o Anni Albers, formatasi al Bauhaus ed emigrata negli USA con l’avvento del nazismo.

Questa provenienza di tipo artigianale ha per lungo tempo portato a marginalizzare il ruolo dei pattern nella storia dell’arte, relegandola a una pure decoratività vista spesso come leziosa, almeno fino all’esplosione del movimento dell’Art Deco, che ci ha lasciato splendidi esempi di pattern nelle opere di Gustav Klimt. Verso la metà degli anni settanta, il “pattern painting” ha portato alle estreme conseguenze gli elementi di pura decoratività presenti nelle opere di artisti come Kilmt, elevandoli a soggetto autonomo di arte come nelle opere dei contemporanei Fred Tomaselli, Daniel Buren e il Damien Hirst di Kaleidoscope, realizzata creando pattern formati da migliaia di ali di farfalla, esse stesse un esempio di pattern naturale, per chiudere il cerchio.

Di particolare interesse, poi, le opere dell’artista giapponese Yaioi Kusama, per cui i pattern e la loro ripetizione sono una vera e propria ragione di vita:dopo aver passato 40 anni in diversi ospedali psichiatrici, le sue installazioni visonarie con i hanno attirato milioni di visitatori ogni volta che sono state esposte nei musei e nelle gallerie di tutto il mondo. La vicenda di Yaioi Kusama aiuta a riflettere su un’altra particolarità della pattern art: la dissoluzione del concetto di “io” tanto caro all’arte concettuale, che si dissolve elementi indifferenziati e spersonalizzati che riproducono sé stessi in un ritorno al piacere artigianale di “fare pittura”.

Se l’opera Kaleidoscope chiudeva il cerchio dei pattern fra arte e natura, a chiudere il cerchio fra arte e artigianalità ci pensano i numerosi esempi di pattern presenti nel design di prodotti di lusso. Louis Vuitton, per esempio, ha fatto della ripetizione del logo la cifra del proprio successo commerciale e, negli ultimi anni, lo ha rivitalizzato affidandosi proprio ad artisti contemporanei, dai fiori di Murakami Takeshi fino alle contaminazioni con i capolavori della pittura occidentale selezionati da Jeff Koons.

Per approfondire l’argomento consigliamo il classico “Principles of Pattern Designs” di Richard Proctor… e chissà che in uno dei prossimi libri che stamperete con noi non decidiate di utilizzare proprio questa tecnica, magari con una copertina nobilitata da una stampa in oro a caldo.

 

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